
‘L’uomo che siamo trionfa sempre sull’allenatore che vogliamo essere’.
Questa frase è tratta dal libro ‘Coaching Mourinho’ di Juan Carlos Cubeiro e Leonor Gallardo, e rappresentata in toto l’assenza del tecnico portoghese.
Ha fondato la propria carriera sulle relazioni, prima individuali e poi di squadra, affinchè si potessero raggiungere i risultati sperati.
Tutto è iniziato il 23 Gennaio del 2002 quando Josè venne ingaggiato dal Porto come tecnico della prima squadra.
Nonostante qualche buona individualità ma nessun campione, decise di acquistare solamente giocatori locali o provenienti da aree geografiche limitrofe, giocatori che avrebbero condiviso con lui i veri valori del club di Oporto, con il rischio che la mancanza di reali talenti avrebbe portato a risultati mediocri.
Sappiamo tutti com’è finita: nel giro di due anni prima vince il campionato e poi nel 2004 alza la ‘coppa dalle grandi orecchie’.
Dopo la vittoria in Champions parte in direzione Londra, più precisamente Chelsea, dove conquisterà Campionato, Community Shield, Coppa di Lega e Coppa d’Inghilterra.
Tutto ciò non gli basterà, e così nel 2008 sbarca a Milano, sponda neroazzurra.
Dopo le vittorie in Campionato, in Coppa Italia e in Supercoppa arriva la tanta agognata Champions League il 22 Maggio 2010.
Quell’abbraccio con Materazzi fuori dal parcheggio resterà negli almanacchi del calcio per sempre: è la dimostrazione di come i legami extra calcistici possano portare un gruppo di uomini oltre i propri limiti.
Martedì il buon Josè ha spento 58 candeline e spero con tutto me stesso che possa tornare quanto prima a vincere qualcosa di magico.
Il suo modo di interagire, di creare legami, di comunicare e di allenare è per me fonte di immensa ispirazione.
E se poi in futuro la storia non dovesse più ripetersi, ve lo dico, poco importa.
Perché di Special One ce n’è solo uno.

