
Giusto ieri sera, in una trasmissione televisiva, è stata sollevata una questione che spesso passa inosservata.
Al centro della discussione vi era il pochissimo tempo che ormai si ha a disposizione per preparare la partita del weekend considerando la mole di impegni così ravvicinati.
Si parlava del recupero dei giocatori, che fosse fisico o mentale, tralasciando le figure che orbitano intorno, ovvero l’allenatore ed il suo staff.
Bene, c’è stato qualcuno che finalmente si è ricordato di chi manda in campo gli 11, qualcuno che dopo aver preparato e giocato la partita deve andare in conferenza stampa, lo stesso che dopo aver ascoltato le domande dei giornalisti deve rimettersi al lavoro perché tre giorni dopo si scenderà nuovamente sul terreno di gioco.
Discorso alla squadra, allenamento, visione e revisione delle proprie partite e di quelle giocate dagli avversari.
Confronti continui con il proprio staff al fine di poter schierare la formazione migliore.
Problemi interni da risolvere e 24 anime alle quali stare dietro affinchè il centro d’allenamento possa essere vissuto come casa propria.
Ci abbiamo mai pensato, anche solo per un momento, cosa significhi dover preparare dalle 40 alle 50 partite in una stagione?
Si fa presto ad incolpare un allenatore per alcune sconfitte o per altrettante scelte sbagliate, senza comprendere le reali difficoltà di un ruolo simile.
Chi ha cambiato guida ad agosto o più semplicemente a stagione in corso sta incontrando enormi difficoltà.
Tutto ciò era preventivabile ma così condannabile?
Pochi, pochissimi che capiscono fino in fondo cosa ci sia dietro.
Quando si è allenatori, purtroppo, si è soli, e soli si va avanti, sempre.

